Falchi pellegrini, città e tradizione: cosa ci dice il ritorno dei rapaci nel cuore di Milano
di Redazione
27/05/2026
Il 2026 è iniziato a Milano con una notizia che, pur tra cronaca politica ed economica, è riuscita a conquistare attenzione e affetto trasversali: in primavera, sulla sommità del Pirellone, sono nati i primi due pulli dell'anno della coppia di falchi pellegrini che ormai da oltre un decennio ha eletto la torre simbolo della Regione Lombardia a luogo di nidificazione. Un piccolo evento naturalistico che, nel suo svolgersi a 125 metri di altezza nel cuore di una delle metropoli più costruite d'Europa, racconta in realtà qualcosa di molto più grande.
Da un lato, la capacità sorprendente della fauna selvatica di adattarsi e prosperare nelle nostre città. Dall'altro, la disponibilità crescente dei cittadini urbani a interessarsi davvero a queste presenze, a seguirle, a riconoscerle come parte della propria geografia affettiva. E sullo sfondo, una disciplina antica di tremila anni che sta tornando al centro dell'attenzione proprio perché capace di gestire questo nuovo rapporto: la falconeria.
Il Pirellone e la storia di Giò e Giulia: dal 2014 a oggi
I due falchi pellegrini più famosi di Milano si chiamano Giò e Giulia, in omaggio a Gio Ponti, progettista del Pirellone, e a sua moglie Giulia Vimercati. Hanno scelto la torre come nido nel 2014 e da allora, anno dopo anno, hanno trasformato un grattacielo amministrativo in un punto di osservazione naturalistica seguito da migliaia di milanesi attraverso le webcam installate sulla sommità.
La nidificazione del 2026 è stata particolarmente seguita. Come raccontato dal sito News Milano in occasione della nascita dei primi due pulli del 2026 di Giò e Giulia, la coppia ha ripreso a frequentare il nido già a gennaio, ha attraversato il consueto periodo di corteggiamento e ha avviato la cova tra fine febbraio e inizio marzo, portando alla nascita di Pasquetta. Restano ancora due uova da seguire nelle settimane successive, in un'attesa partecipata che il presidente della Regione Lombardia ha pubblicamente sottolineato come fenomeno ormai entrato nell'immaginario civico della città.
Perché i falchi pellegrini scelgono i grattacieli
Per molti l'idea di un rapace che nidifica nel centro di una metropoli sembra controintuitiva. In realtà, dal punto di vista del Falco peregrinus, la scelta è perfettamente logica. Questa specie, riconosciuta come la più veloce del mondo (in picchiata può superare i 320 km/h), ha bisogno di tre cose: pareti verticali per nidificare, ampi spazi aperti per cacciare, abbondanza di prede di medie dimensioni. I grattacieli urbani offrono tutto questo molto meglio delle moderne pareti rocciose alpine.
Le superfici verticali dei palazzi sostituiscono in modo quasi perfetto le falesie naturali. I cieli aperti sopra le città offrono spazi di volo sgombri da ostacoli. E soprattutto, l'enorme popolazione di piccioni urbani rappresenta una fonte di cibo praticamente inesauribile e ad alta densità calorica. Per un predatore aereo, la città è un ecosistema vantaggioso: senza concorrenti, senza predatori, con prede facili.
Da qui nasce un fenomeno globale che riguarda ormai decine di metropoli, da New York a Berlino, da Roma a Tokyo, dove i falchi pellegrini sono tornati a essere presenze stabili dopo decenni di assenza.
Una storia di successo della conservazione
L'aspetto più sorprendente del ritorno del falco pellegrino nelle città è che meno di sessant'anni fa questa specie era a un passo dall'estinzione. Negli anni Sessanta e Settanta l'uso massiccio del DDT in agricoltura aveva contaminato l'intera catena alimentare, accumulandosi nei tessuti dei rapaci e provocando l'assottigliamento dei gusci delle uova fino a renderle inadatte alla schiusa. Negli Stati Uniti il falco pellegrino era stato dichiarato specie in via di estinzione; in Europa la popolazione era ridotta a frammenti isolati.
Grazie alla messa al bando del DDT, a vasti programmi internazionali di reintroduzione e all'opera di numerosi centri di recupero, la popolazione è tornata a crescere a partire dagli anni Novanta, fino a raggiungere oggi livelli stabili in gran parte dell'areale storico. La ricomparsa nei centri urbani italiani, Milano compresa, è uno degli esiti più visibili di questo percorso. In molti casi, il salvataggio di esemplari feriti, l'addestramento prima della reintroduzione in natura e l'osservazione scientifica del comportamento dei rapaci sono stati gestiti da figure professionali con una formazione molto specifica: i falconieri.
La falconeria: un'arte millenaria riconosciuta dall'UNESCO
La falconeria, intesa come pratica di addestramento dei rapaci e collaborazione tra uomo e uccello da preda, è una delle tradizioni più antiche del mondo. Le prime testimonianze risalgono a circa tremila anni fa nelle popolazioni nomadi dell'Asia Centrale. Dall'Asia la pratica si diffuse in Persia, dove divenne attività prediletta dei sovrani, e da lì raggiunse l'Europa attraverso due vie principali: gli Arabi nel Mediterraneo e i Normanni nel Nord. In Italia trovò terreno particolarmente fertile alla corte di Federico II di Svevia, che le dedicò uno dei trattati più importanti della storia naturale medievale, il De Arte Venandi cum Avibus, ancora oggi considerato un caposaldo nella conoscenza del comportamento dei rapaci.
Nel 2010 l'UNESCO ha riconosciuto la falconeria come patrimonio culturale immateriale dell'umanità, inserendola in una lista che protegge le pratiche tradizionali capaci di tramandare conoscenza, valori e identità di generazione in generazione. Un riconoscimento che ha anche un risvolto pratico: la falconeria viene formalmente riconosciuta come depositaria di un sapere ecologico che non si trova nei manuali, ma solo nella relazione diretta tra falconiere e rapace.
Dalla caccia all'educazione: la falconeria moderna
Nel ventunesimo secolo la falconeria ha cambiato funzione. Da pratica venatoria d'élite si è trasformata in uno strumento di conservazione della biodiversità, riabilitazione degli animali feriti, ricerca etologica ed educazione ambientale. I falconieri di oggi collaborano con centri di recupero, aeroporti (dove i rapaci vengono utilizzati per allontanare gli stormi e prevenire i bird strike), parchi naturali e scuole.
Il principio rimane lo stesso descritto da Federico II ottocento anni fa: sviluppare un rapporto di fiducia e rispetto reciproco con l'animale, conoscerne i cicli biologici, rispettare i tempi. Cambia il contesto: gli strumenti tradizionali (guanto di pelle, lunghi lacci, cappuccio) sono affiancati da telemetri GPS, droni di monitoraggio, software di tracciamento del volo.
Per chi vive in città e ha imparato a riconoscere il volo di un pellegrino sopra i tetti, esiste oggi anche una dimensione esperienziale che era impensabile fino a vent'anni fa. Nelle valli bergamasche, a meno di un'ora da Milano, alcune realtà rurali permettono al pubblico di scoprire da vicino l'arte della falconeria attraverso corsi adatti a tutti i livelli, dimostrazioni di volo con falconieri esperti e il cosiddetto "battesimo del guanto", l'esperienza che permette anche a un principiante assoluto di tenere sul braccio un rapace addestrato e di percepire da vicino il peso, la presenza e lo sguardo di un animale che fino a quel momento si è solo immaginato.
Cosa possiamo imparare oggi dai rapaci
I falchi del Pirellone e la falconeria delle valli bergamasche sono due facce della stessa medaglia. Da una parte una specie selvatica che si adatta a una città e la sceglie come casa; dall'altra una tradizione umana antichissima che si rinnova proprio nel momento in cui ci stiamo accorgendo del valore della fauna selvatica nelle nostre vite. In mezzo, una comunità urbana che impara di nuovo a guardare in alto.
Per i milanesi, riconoscere il volo di un falco sopra i tetti, seguire le webcam del Pirellone in primavera o partecipare a una dimostrazione di falconeria in una valle lombarda non sono attività distinte: sono modi diversi di dire la stessa cosa. La natura selvatica non è sempre altrove. È spesso più vicina di quanto pensiamo. E la nuova vita di due pulli appena nati su una torre di vetro nel cuore di Milano è uno dei modi più belli che il 2026 ci sta regalando per ricordarlo.
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