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Investire in ETF: pro e contro, rischi reali e come usarli senza farsi illusioni

20/01/2026

Investire in ETF: pro e contro, rischi reali e come usarli senza farsi illusioni

 

Quando gli ETF vengono presentati come la soluzione semplice per investire, la semplificazione funziona solo fino a un certo punto, perché “semplice” non significa “senza decisioni”: anche un ETF richiede scelte su cosa comprare, quanto, per quanto tempo, con quale rischio, e soprattutto richiede coerenza tra l’obiettivo dell’investitore e lo strumento. Un ETF può essere un modo efficiente per ottenere esposizione a un indice, ma può anche diventare un contenitore scelto male, con costi non banali, rischio di concentrazione o una volatilità che l’investitore non regge quando arrivano i ribassi. Per questo parlare di pro e contro ha senso solo se si resta sul piano operativo, senza slogan, collegando i vantaggi ai casi d’uso e gli svantaggi agli errori tipici.

È utile partire da un punto fermo: un ETF non è automaticamente “sicuro” solo perché è diversificato, e non è automaticamente “economico” solo perché è passivo. La diversificazione dipende da cosa contiene, i costi dipendono da TER, spread e fiscalità, e la facilità di acquisto non elimina il rischio di mercato. Dentro questa cornice, gli ETF hanno effettivamente molti vantaggi, ma i contro diventano evidenti proprio quando vengono usati senza una strategia minima.

Pro: diversificazione immediata e accesso a mercati difficili

Mentre comprare singole azioni o singole obbligazioni richiede selezione e comporta rischi specifici elevati, un ETF consente di ottenere esposizione a un paniere ampio con un solo strumento, e questa è una delle ragioni per cui sono diventati centrali per molti investitori. La diversificazione, però, non è magia: funziona quando il paniere è ampio e quando non è dominato da pochi titoli o da un solo settore, ma in ogni caso riduce il rischio “idiosincratico”, quello legato al singolo emittente.

L’accesso è un vantaggio reale soprattutto su mercati o temi che sarebbero complessi da costruire in autonomia: azioni globali, mercati emergenti, settori specifici, obbligazionario governativo o corporate, materie prime (spesso via ETP/ETN), e persino strategie fattoriali. In più, per molti mercati gli ETF permettono di acquistare in modo efficiente tramite broker tradizionali, con trasparenza su composizione e prezzi, e con la possibilità di gestire importi non enormi.

Pro: costi di gestione spesso contenuti, trasparenza e semplicità operativa

Un vantaggio frequentemente citato è il costo di gestione più basso rispetto a molti fondi attivi, perché un ETF che replica un indice non richiede lo stesso livello di selezione discrezionale, e questo si riflette spesso in un TER competitivo. Qui la parola “spesso” è importante: non tutti gli ETF sono economici allo stesso modo, e gli ETF di nicchia o con strategie complesse possono avere costi più alti; inoltre, il TER è solo una parte del costo reale, perché entrano anche spread denaro/lettera, commissioni del broker e, in alcuni casi, tracking difference.

La trasparenza è un altro punto forte: la composizione e la metodologia di replica sono pubbliche, con documentazione accessibile, e questo consente un controllo più oggettivo rispetto a strumenti in cui la gestione è opaca. La semplicità operativa, infine, è concreta: si compra e vende come un’azione, con quotazione intraday, e si può costruire un portafoglio diversificato con pochi strumenti, senza dover inseguire decine di singoli titoli.

Contro: rischio di mercato, volatilità e psicologia dell’investitore

Il contro più grande degli ETF è anche il più banale e per questo il più ignorato: il rischio di mercato resta intatto. Se compri un ETF azionario globale, sei esposto ai ribassi azionari globali; se compri un ETF obbligazionario, sei esposto a tassi e credito; se compri un ETF settoriale, sei esposto al ciclo di quel settore. L’ETF non attenua automaticamente la volatilità, la distribuisce su più titoli, e questo è diverso.

Qui entra la psicologia: molti investitori si avvicinano agli ETF perché sembrano “razionali”, ma poi reagiscono in modo emotivo quando il portafoglio scende, vendendo nei momenti peggiori e ricomprando quando i prezzi sono già risaliti. La semplicità dell’ETF rende più facile entrare e uscire, e questa facilità, senza disciplina, diventa un rischio. In un portafoglio ETF, il vero errore non è spesso la scelta dello strumento, è la scelta del momento e la mancanza di un piano su cosa fare durante i ribassi.

Contro: scelta sbagliata dell’ETF, concentrazione e finti “globali”

Un altro contro concreto è che la varietà enorme di ETF porta a scelte incoerenti: ETF troppo simili tra loro, sovrapposizioni non volute, oppure prodotti che sembrano diversificati ma in realtà sono concentrati. Un ETF “world” può avere un peso rilevante su pochi titoli big tech, un ETF “ESG” può escludere settori e cambiare profilo di rischio, un ETF tematico può essere un paniere piccolo mascherato da grande storia. La diversificazione va letta nella composizione, non nel nome.

Anche il rischio valutario è spesso sottovalutato: comprare un ETF globale quotato in euro non significa essere “coperti” dal cambio; la valuta di negoziazione è una cosa, la valuta dei sottostanti è un’altra. Se l’ETF investe in asset denominati in dollari, yen o altre valute, il cambio entra nel rendimento, e può aiutare o peggiorare i risultati. Esistono versioni hedged (con copertura valutaria) che riducono questo effetto, ma introducono costi e non sono sempre la scelta migliore, perché dipende dall’orizzonte e dal ruolo dell’ETF in portafoglio.

Contro: costi nascosti, spread e tracking difference

Il TER è visibile, ma i costi che spesso incidono di più nel breve sono lo spread e la liquidità: un ETF molto liquido su indici grandi tende ad avere spread contenuti, mentre un ETF di nicchia o poco scambiato può avere spread che, di fatto, è un costo d’ingresso e d’uscita. Per questo, quando si investe in ETF, ha senso guardare anche volumi, dimensione del fondo (AUM) e qualità del market making, perché influenzano il costo reale di negoziazione.

La tracking difference, cioè la differenza tra performance dell’ETF e performance dell’indice, è un altro elemento pratico: non basta che l’ETF “replichi” l’indice, conta quanto fedelmente lo fa nel tempo, al netto di costi, imposte su dividendi, modalità di replica e gestione di cash drag. Due ETF sullo stesso indice possono avere risultati diversi a parità di TER, e chi investe con orizzonte lungo dovrebbe guardare a questi dettagli, perché nel tempo diventano sostanza.

Quando gli ETF funzionano meglio: obiettivo, orizzonte e metodo

Gli ETF danno il meglio quando sono usati per costruire un’esposizione coerente con un obiettivo e con un orizzonte temporale: un ETF azionario globale per un progetto lungo, un ETF obbligazionario per stabilizzare e gestire volatilità, un ETF su un indice nazionale per una quota mirata e limitata, e così via. La parte più utile è definire prima la struttura: quanto azionario, quanto obbligazionario, quanta liquidità, e quale rischio sei disposto a reggere senza cambiare idea dopo sei mesi.

Un metodo pratico, per chi non vuole fare trading, è il PAC (piano di accumulo), perché riduce il rischio di entrare tutto in un momento sfavorevole e trasforma l’investimento in un’abitudine. Anche qui, la disciplina vale più della sofisticazione: pochi ETF scelti bene, ribilanciamento periodico, costi sotto controllo, e soprattutto una regola su cosa fare durante i ribassi, perché è lì che si capisce se l’investimento è strutturato o solo improvvisato.

Quando si mettono insieme pro e contro, emerge una verità poco scenografica ma utile: gli ETF sono strumenti efficienti, ma non sostituiscono una strategia; e proprio quando l’investitore pensa di aver trovato “la soluzione”, si apre la domanda che decide tutto nel tempo, perché riguarda la costruzione di un portafoglio che regga scenari diversi, tra inflazione, tassi, crisi e rimbalzi, senza costringerti a cambiare idea a ogni notizia.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.