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Future FTSE MIB: come funziona, cosa muove il prezzo e perché il margine cambia tutto

22/01/2026

Future FTSE MIB: come funziona, cosa muove il prezzo e perché il margine cambia tutto

Introduzione

Parlando di “future sul FTSE MIB” si entra in un oggetto molto più concreto di quanto suggerisca il linguaggio da grafici e ticker, perché non stai comprando un’idea astratta di Borsa italiana ma un contratto standardizzato che ti lega a un prezzo, a una scadenza e a un sistema di garanzie giornaliere, con regole di negoziazione precise e un meccanismo di regolamento che rende i profitti e le perdite immediatamente “reali” sul conto. La domanda “come funziona” è quindi una domanda giusta, soprattutto se finora hai visto solo azioni o ETF: nel future l’effetto leva non è un’opzione accessoria, è incorporato nel fatto stesso che non paghi l’intero valore nozionale, ma versi un margine e poi subisci accrediti e addebiti quotidiani.

Restando sul FTSE MIB, che è l’indice delle 40 principali blue chip italiane, la logica del derivato è semplice nella forma e impegnativa nella gestione: prendi il livello dell’indice, lo moltiplichi per il moltiplicatore del contratto, e ottieni un valore nozionale su cui si calcola l’impatto di ogni variazione di prezzo. Ciò che spesso spiazza è che, anche se la formula sembra lineare, l’esperienza di trading o di copertura dipende da fattori come orari, scadenze, liquidità, margini e variazioni giornaliere, e quei fattori sono esattamente la differenza tra “ho capito cos’è” e “so gestirlo”.

Che cos’è il future sul FTSE MIB: contratto, nozionale e varianti (FIB, mini, micro)

Considerando le specifiche ufficiali del mercato, il future sul FTSE MIB (spesso identificato come FIB) è un contratto cash settled, quotato in punti indice, con negoziazione che include asta di apertura e fase continua fino alla sera, e un moltiplicatore pari a 5 euro per punto indice, elemento che trasforma un movimento dell’indice in un impatto economico immediato. La conseguenza pratica è che, a parità di variazione di punti, cambia drasticamente la dimensione dell’oscillazione in euro rispetto ad altri strumenti: per questo esistono versioni “più piccole”, pensate per chi vuole un’esposizione meno impegnativa o una gestione più granulare.

Guardando alle versioni ridotte, il miniFIB mantiene la stessa logica di quotazione e tick, ma usa un moltiplicatore pari a 1 euro per punto indice, mentre il microFIB scende a 0,20 euro per punto indice, con tick espresso in modo coerente (per il micro, 5 punti equivalgono a 1 euro). Questo non cambia la natura dello strumento, cambia la scala: il rischio di leva resta, ma l’ampiezza delle variazioni economiche per ogni movimento di mercato diventa più gestibile, soprattutto per chi sta imparando a misurare la volatilità reale dell’indice.

Tenendo d’occhio anche le scadenze, il FIB prevede tipicamente i quattro trimestrali più vicini (ciclo marzo/giugno/settembre/dicembre), mentre il micro si concentra sui due trimestrali più vicini, e la scadenza viene indicata con regole precise (per il FIB, il riferimento è il terzo venerdì del mese di scadenza, con orario indicato nelle specifiche). Qui nasce una delle prime scelte operative: se non vuoi arrivare a scadenza, devi chiudere la posizione o fare rollover sul contratto successivo, e questa “manutenzione” fa parte del pacchetto future, anche quando l’obiettivo non è speculare ma coprirsi.

Prezzo e negoziazione: orari, tick e cosa significa “cash settled”

Avendo a che fare con un derivato scambiato in Borsa, la parte più sottovalutata è spesso la microstruttura: il FIB e le sue varianti hanno orari estesi, con negoziazione continua indicata fino alle 22:00, oltre a finestre specifiche per asta di apertura e facility per grandi scambi, e questo allunga la giornata rispetto alla sola seduta azionaria italiana. In termini pratici, significa che il prezzo può muoversi in risposta a eventi e mercati esteri anche dopo la chiusura delle azioni, con implicazioni su rischio e gestione delle posizioni, soprattutto se lasci aperto il contratto senza un piano.

Entrando nel dettaglio del tick, le specifiche indicano un tick size tipico di 5 punti indice per l’operatività “on-book”, valore che determina l’unità minima di variazione di prezzo negoziabile; sul FIB, quei 5 punti valgono 25 euro (per via del moltiplicatore 5), sul mini valgono 5 euro, sul micro valgono 1 euro. È una piccola regola che però diventa sostanza quando si ragiona su stop, slippage e costi impliciti: con tick più “larghi” in euro, movimenti minimi hanno già un peso.

Quando si parla di cash settlement, il punto è che a scadenza non ricevi un paniere di azioni, ma una regolazione monetaria basata sul prezzo di regolamento finale determinato secondo regole di mercato, e questo rende il future un puro strumento di esposizione sull’indice, utile sia per copertura sia per posizionamento tattico. Il fatto che non ci sia consegna fisica semplifica alcuni aspetti logistici, ma non riduce il punto centrale: l’esposizione economica è reale per tutta la vita del contratto e viene aggiornata ogni giorno.

Margini e “marking to market”: perché puoi perdere più del versato

Ragionando su ciò che rende i futures diversi da quasi tutto ciò che l’investitore retail incontra prima, il cuore sta nel sistema dei margini, perché per aprire una posizione non paghi il nozionale completo ma versi un margine iniziale, e poi subisci (o ricevi) ogni giorno un margine di variazione in base al meccanismo di marking to market. Borsa Italiana descrive proprio questo: a fine giornata ogni posizione aperta viene liquidata (con addebito o accredito) e riaperta il giorno successivo allo stesso prezzo di chiusura del giorno precedente, ed è questo che rende il profitto/perdita un flusso quotidiano, non un risultato “solo quando chiudi”.

Legando questa logica alla vita reale del conto, la conseguenza è che una posizione può richiedere integrazioni di margine se il mercato si muove contro di te, e la velocità con cui il margine può essere eroso dipende da volatilità, dimensione del contratto e leva implicita; non è una frase ad effetto, è la struttura dello strumento. Sul tema della leva, Consob ricorda che la leva finanziaria permette esposizioni superiori al capitale posseduto, aumentando il potenziale rendimento ma anche il rischio di perdite significative, punto che nei derivati si manifesta in modo diretto proprio attraverso le richieste di margine.

Tenendo conto di questo, “capire il future” significa anche capire che il costo psicologico non coincide con il costo iniziale: il margine è una garanzia, non un prezzo, e l’idea di poter controllare un nozionale importante con un deposito relativamente piccolo è precisamente ciò che rende lo strumento potente e, se gestito male, pericoloso. Anche quando il broker applica sistemi di controllo e chiusure automatiche per protezione, la logica resta quella di uno strumento che può muoversi più rapidamente della tua capacità di reagire, soprattutto in giornate di gap o notizie improvvise.

Scadenze, rollover e usi tipici: copertura e operatività, senza confondere i piani

Arrivando alla scadenza, ciò che conta non è solo “quando scade”, ma cosa fai prima che scada, perché chi usa il future come copertura di portafoglio spesso deve decidere se chiudere la copertura, rinnovarla sul contratto successivo o trasformarla in un’esposizione diversa, e ogni scelta ha un costo implicito legato a spread e differenza di prezzo tra scadenze. Le specifiche del FIB indicano contratti trimestrali e una finestra precisa per ultimo giorno di negoziazione e scadenza, e questo ti obbliga a un minimo di calendario, anche se il tuo obiettivo è solo difensivo.

Sul piano degli usi, il future sul FTSE MIB viene impiegato tipicamente in tre modalità: copertura di un portafoglio azionario italiano o correlato, esposizione tattica di breve periodo sul mercato, gestione di eventi (dati macro, decisioni banche centrali, trimestrali aggregate) quando si vuole un veicolo liquido e standardizzato. L’errore che si vede spesso è confondere l’uso di copertura, che dovrebbe essere misurato e proporzionato, con l’uso speculativo spinto, che richiede gestione del rischio più rigorosa, perché la leva trasforma piccoli movimenti in variazioni monetarie immediate.

A questo punto, la domanda che molti si fanno è “quanto margine serve” o “quanta leva sto usando”, ma la risposta utile non è un numero fisso, perché i margini possono variare per decisioni di clearing e broker, e cambiano con la volatilità; ciò che resta stabile è la logica: nozionale = punti indice × moltiplicatore, e ogni punto di movimento ha un valore economico prevedibile. E proprio quando pensi di averlo messo a fuoco, arriva il passaggio che separa la comprensione teorica dall’uso reale: capire come cambia tutto quando il mercato non si muove “in modo ordinato”, ma apre con un salto, allarga gli spread, e ti costringe a decidere sotto pressione se aggiungere margine, ridurre posizione o accettare la perdita, perché è in quei minuti che il future smette di essere un concetto e diventa un comportamento.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.