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ETF strutturati: cosa sono, come funzionano e quali rischi nascondono nella pratica

19/01/2026

ETF strutturati: cosa sono, come funzionano e quali rischi nascondono nella pratica

Quando si sente dire “ETF”, l’immaginazione corre subito ai fondi passivi che replicano un indice in modo lineare, con l’idea rassicurante di comprare “il mercato” e basta, ma nel linguaggio dei mercati italiani ed europei esiste anche una famiglia diversa, quella degli ETF strutturati, che usa tecniche specifiche per ottenere un risultato non più semplicemente proporzionale all’andamento del riferimento. La conseguenza più importante è che, pur essendo negoziati in Borsa come azioni e pur avendo forma di OICR (fondi/SICAV), questi strumenti possono comportarsi in modo sorprendente se vengono tenuti troppo a lungo o se vengono usati come se fossero un ETF tradizionale.

Capire cosa sono davvero serve soprattutto a evitare un errore ricorrente: acquistare un ETF a leva o short pensando che, nel tempo, replicherà “due volte” o “l’inverso” dell’indice anche su settimane e mesi, mentre l’obiettivo dichiarato di molti prodotti è costruito su base giornaliera e può produrre scostamenti rilevanti quando il mercato è volatile. Qui non c’è una morale, c’è un fatto operativo: gli ETF strutturati possono essere utili, ma solo se si comprende bene la loro meccanica, perché è la meccanica, più del nome commerciale, a decidere rischio e risultato.

Definizione di ETF strutturato e principali categorie

Considerando la definizione utilizzata da Borsa Italiana, gli ETF strutturati sono OICR negoziabili in tempo reale come azioni, gestiti con tecniche volte a perseguire rendimenti che non dipendono soltanto dall’andamento “lineare” del mercato di riferimento, ma possono mirare a partecipare in modo più che proporzionale ai movimenti di un indice (ETF a leva) oppure a partecipare inversamente ai movimenti del mercato (ETF short, con o senza leva).

Dentro questa definizione rientrano, in termini pratici, due grandi famiglie che trovi spesso anche nelle classificazioni divulgative: gli ETF a leva (che amplificano i movimenti) e gli ETF inversi/short (che mirano a guadagnare quando il riferimento scende), con varianti in cui la leva si applica anche alla versione short. La distinzione è importante perché cambia il rischio: un ETF tradizionale “long” su un indice azionario tende ad avere un profilo che l’investitore associa a crescita e oscillazioni del mercato; un ETF strutturato introduce un obiettivo più “ingegnerizzato” e, di conseguenza, una sensibilità maggiore a volatilità e tempistiche.

Un dettaglio che aiuta a orientarsi senza confondersi è guardare al tipo di obiettivo: alcuni ETF strutturati sono costruiti per ottenere una performance “multipla” o “inversa” su base giornaliera, altri sono strumenti affini (talvolta ETP/ETN, non ETF in senso stretto) che replicano leve giornaliere e rendimenti a breve, e proprio per questo nelle fonti informative viene spesso richiamata l’attenzione sul fatto che si tratta di strumenti da usare con consapevolezza e con orizzonti coerenti con l’obiettivo dichiarato.

Come funzionano leva e short nella realtà: ribilanciamento giornaliero e “effetto percorso”

Avendo chiarito la categoria, la parte che determina davvero il comportamento è il ribilanciamento giornaliero, perché molti prodotti a leva mantengono il target (per esempio 2x o 3x) aggiustando l’esposizione a fine giornata, e questo meccanismo, che sembra un dettaglio tecnico, crea un risultato che dipende dal percorso dei prezzi e non solo dal punto di arrivo. Un documento didattico di AXA IM descrive l’“effetto di compounding” come conseguenza del ribilanciamento giornaliero della leva, mostrando come sequenze di sali-scendi possano produrre risultati molto diversi da quelli intuitivi, soprattutto nelle versioni short a leva.

Per capire il punto senza matematica pesante, basta immaginare due settimane con lo stesso valore finale dell’indice, ma con strade diverse: una settimana sale in modo regolare, un’altra oscilla violentemente. In un prodotto a leva “giornaliera”, l’oscillazione può erodere performance anche se l’indice finisce vicino al punto di partenza, perché ogni giorno il prodotto si riallinea e somma rendimenti giornalieri, e la somma dei rendimenti giornalieri non coincide necessariamente con il rendimento complessivo del periodo moltiplicato per la leva.

Questa differenza non è un’interpretazione personale: le linee guida ESMA sugli ETF e altri temi UCITS richiedono una descrizione del comportamento degli UCITS a leva e inversi e sottolineano che il comportamento può differire in modo significativo dal multiplo dell’indice nel medio-lungo periodo. Tradotto in linguaggio operativo, significa che la frase “fa -1x l’indice” o “fa 2x l’indice” va letta insieme alla parola implicita “giornaliero”, perché è lì che si decide se lo strumento corrisponde al tuo intento.

Rischi specifici: oltre al mercato, entrano compounding, controparte e costi

Tenendo presente che ogni ETF si porta dietro il rischio di mercato del sottostante, gli ETF strutturati aggiungono rischi che diventano centrali proprio quando l’orizzonte temporale si allunga o quando la volatilità sale. Il primo è il rischio da compounding legato al ribilanciamento giornaliero, già citato, che non è un “difetto” ma una proprietà del prodotto, e che può trasformarsi in sorpresa se l’investitore si aspetta una replica semplice del multiplo su più giorni.

Il secondo rischio, che entra soprattutto quando la replica utilizza swap e strumenti derivati, è il rischio di controparte, più tipico degli ETF a replica sintetica o swap-based: Borsa Italiana spiega che gli ETF swap-based espongono gli investitori al rischio controparte e descrive come venga misurato, collegandolo alla differenza tra il NAV dell’ETF e il valore del substitute basket, con perdita potenziale in caso di inadempienza della controparte sullo swap. Questo non significa che ogni ETF strutturato sia sintetico, significa che, quando la struttura usa derivati e swap, la domanda “come replica?” diventa importante quanto “che indice segue?”.

Il terzo elemento, spesso sottovalutato perché non si vede subito, riguarda costi e frizioni operative: un prodotto più complesso tende ad avere costi complessivi maggiori (commissioni, costi impliciti, spread denaro/lettera più ampio su alcuni strumenti, costo della leva), e può avere maggiore sensibilità a condizioni di mercato e liquidità, soprattutto su strumenti di nicchia. Anche quando i costi non “fanno notizia”, sono parte della differenza tra un utilizzo tattico di breve e un mantenimento lungo che macina inefficienze.

Cosa controllare prima di comprarli: KID, obiettivo, orizzonte e replica

Volendo rendere il tema utile e applicabile, la checklist più efficace parte dai documenti, perché gli ETF strutturati hanno quasi sempre un obiettivo espresso in modo preciso e, se lo leggi bene, ti evita fraintendimenti. Il KID/KIID (a seconda del tipo di strumento e del quadro regolamentare) e la documentazione informativa chiariscono: obiettivo (leva/inverso), orizzonte “target” (spesso giornaliero), rischi principali, costi, scenari di performance e modalità operative.

In parallelo, vale la pena verificare quattro punti che cambiano la sostanza:

  • Se la leva o l’inverso sono dichiarati su base giornaliera, perché è l’informazione che spiega perché il risultato può divergere nel tempo dal “multiplo intuitivo”.

  • Come avviene la replica (fisica o sintetica) e, se è sintetica, quale rischio controparte viene descritto e come viene mitigato.

  • Quali sono i costi complessivi e lo spread tipico, perché su strumenti tattici lo spread può pesare quanto una commissione annua.

  • Qual è la liquidità effettiva sul mercato su cui lo compri, perché un prezzo teorico e un prezzo negoziabile non coincidono sempre nei momenti di tensione.

Questa lettura richiede pochi minuti quando diventa abitudine, e cambia il tipo di domanda che ti fai: invece di chiederti “quanto renderà”, inizi a chiederti “che cosa sta promettendo di fare, esattamente, e in quali condizioni lo fa bene”.

A cosa servono e quando diventano una trappola: uso tattico, copertura e alternative

Pur restando strumenti legittimi, gli ETF strutturati funzionano al meglio quando vengono usati per ciò che sono, cioè strumenti tattici o di copertura su orizzonti coerenti con l’obiettivo dichiarato, e spesso per utenti che sanno cosa stanno misurando e perché. Un ETF short può servire per ridurre temporaneamente l’esposizione a un mercato senza vendere tutto, un ETF a leva può essere usato per un’esposizione più aggressiva su un movimento di breve, e in entrambi i casi la condizione che fa la differenza è la gestione del tempo e del rischio.

Diventano invece una trappola quando vengono trattati come sostituti di un ETF “core” da tenere mesi o anni, perché l’effetto combinato di compounding, volatilità e costi può produrre risultati che sembrano inspiegabili a chi guarda solo l’indice di riferimento. Questo è anche il motivo per cui le linee ESMA insistono sulla necessità di descrivere come la performance possa differire significativamente nel medio-lungo periodo.

Se l’obiettivo è investire in modo diversificato e lineare, l’alternativa naturale resta l’ETF tradizionale che replica fisicamente un indice ampio, mentre gli ETF strutturati entrano quando la domanda diventa “voglio gestire un rischio o un’esposizione specifica in un periodo specifico”. Il salto mentale è proprio qui: non chiedersi se sono “buoni” o “cattivi”, chiedersi se l’obiettivo dello strumento coincide con il tuo uso reale, perché quando non coincide, è il prodotto a vincere e l’investitore a inseguire.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to