Alzheimer, uno studio della Statale di Milano apre nuove ipotesi sulla stimolazione elettrica
25/03/2026
Una simulazione al computer, quando è costruita con rigore e inserita dentro una domanda scientifica precisa, può illuminare passaggi che fino a poco tempo prima restavano affidati soltanto alle ipotesi. È in questo spazio, sospeso tra fisica, biologia e medicina, che si colloca il nuovo studio dell’Università degli Studi di Milano dedicato alla malattia di Alzheimer e al possibile ruolo della stimolazione transcranica a corrente continua, nota come tDCS. Il lavoro, pubblicato sulla rivista Amyloid, offre infatti un’interpretazione plausibile di come un campo elettrico a bassa intensità possa interferire con uno dei processi molecolari più noti della malattia: la crescita delle fibrille di amiloide che contribuiscono alla formazione delle placche cerebrali.
Il punto di partenza è noto alla ricerca neurologica da anni. L’Alzheimer, la forma più frequente di demenza neurodegenerativa, è associato anche all’accumulo nel cervello di proteine alterate che non vengono smaltite correttamente e finiscono per aggregarsi in modo anomalo. Tra queste, un ruolo centrale è attribuito all’amiloide, la cui aggregazione progressiva è legata alla comparsa delle placche che caratterizzano la patologia. Su questo sfondo, una precedente ricerca della Statale di Milano aveva osservato per la prima volta che la tDCS poteva indurre nei pazienti un miglioramento, pur transitorio. Quel risultato, poi confermato da studi successivi, aveva lasciato aperta una domanda fondamentale: attraverso quale meccanismo avviene questo effetto?
Le simulazioni molecolari e il comportamento dell’amiloide
Il nuovo studio prova a rispondere proprio a questa domanda, non con una sperimentazione clinica diretta, ma attraverso un modello computazionale capace di osservare ciò che accade su scala molecolare. I ricercatori del Dipartimento di Bioscienze e del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università Statale di Milano hanno esposto, in un ambiente di simulazione, una molecola di amiloide a un campo elettrico, così da riprodurre l’azione della stimolazione elettrica cerebrale e verificarne gli effetti sulla struttura della fibrilla.
Il dato più interessante emerso dal lavoro riguarda la “superficie” della fibrilla di amiloide. Secondo i risultati ottenuti, il campo elettrico sarebbe in grado di modificarne alcune caratteristiche e di ostacolarne l’allungamento, cioè uno dei processi attraverso cui l’aggregazione si consolida e contribuisce alla formazione delle placche. Il significato di questo passaggio è notevole, perché suggerisce un collegamento coerente tra uno stimolo fisico esterno e un fenomeno molecolare che da tempo è al centro degli studi sull’Alzheimer.
Il risultato non va letto come la dimostrazione definitiva di un effetto terapeutico, e gli stessi autori mantengono un linguaggio rigoroso e prudente. Il lavoro, infatti, si basa su simulazioni di dinamica molecolare e va interpretato nei limiti propri di questo tipo di ricerca. Tuttavia, proprio in questa prudenza sta uno dei suoi punti di forza: non promette risultati clinici immediati, ma costruisce una cornice interpretativa credibile, utile a orientare i prossimi studi sperimentali.
Un possibile meccanismo per spiegare gli effetti della tDCS
L’elemento nuovo proposto dai ricercatori è che l’effetto osservato della tDCS possa essere attribuito, almeno in parte, alle modificazioni che il suo campo elettrico statico induce sulla struttura fibrillare dell’amiloide. Se questa ipotesi venisse ulteriormente confermata, si delineerebbe uno scenario di grande interesse: la stimolazione elettrica non agirebbe soltanto sul funzionamento dei circuiti cerebrali, ma potrebbe intervenire anche su un processo molecolare direttamente coinvolto nella patogenesi della malattia.
È qui che la ricerca acquista rilievo. Per anni, molte osservazioni cliniche hanno mostrato effetti da chiarire, miglioramenti presenti ma non pienamente spiegati. Questo studio non risolve il problema in via definitiva, ma indica un percorso possibile, mettendo in relazione ciò che accade a livello biologico con una tecnica già studiata in ambito neurologico. In altri termini, non dimostra che la tDCS fermi l’Alzheimer, ma suggerisce un meccanismo fisico che potrebbe aiutare a capire perché, in alcuni casi, essa produca effetti osservabili.
Il professor Alberto Priori, coordinatore del Centro di Ricerca “Aldo Ravelli” per le Terapie Neurologiche Sperimentali dell’Università degli Studi di Milano, ha sottolineato proprio questo aspetto, spiegando che lo studio, pur fondato su simulazioni, offre una spiegazione capace di dare ulteriore supporto all’impiego della tDCS e di tecniche correlate nei pazienti. Sulla stessa linea si colloca il professor Carlo Camilloni, docente di Fisica Applicata presso il Dipartimento di Bioscienze e responsabile del laboratorio di simulazioni molecolari, secondo il quale il contributo principale del lavoro non consiste nel dimostrare un effetto clinico, ma nel fornire un quadro fisico coerente che colleghi la stimolazione elettrica ai processi noti dell’aggregazione dell’amiloide.
Una direzione di ricerca che unisce discipline diverse
La portata dello studio sta anche nella sua natura profondamente interdisciplinare. Il lavoro nasce infatti dalla collaborazione tra fisici, medici e ingegneri, oltre che dall’integrazione di competenze appartenenti a più dipartimenti dell’Ateneo. È un esempio concreto di come le neuroscienze contemporanee richiedano sempre più spesso linguaggi e strumenti differenti: la clinica da sola non basta, così come non basta la biologia molecolare se non dialoga con la fisica dei sistemi complessi e con la capacità computazionale di simulare fenomeni invisibili all’osservazione diretta.
Nel campo delle malattie neurodegenerative, dove la distanza tra laboratorio e pratica clinica resta ampia e il bisogno di nuove strade è evidente, risultati come questo hanno il merito di spostare il dibattito su basi più solide. La ricerca della Statale di Milano non introduce scorciatoie né alimenta facili entusiasmi, ma aggiunge un tassello importante a una questione scientifica aperta e difficile: comprendere se, e in che misura, una stimolazione elettrica non invasiva possa incidere sui meccanismi che accompagnano la progressione dell’Alzheimer.
È un passo che non basta da solo, ma che merita attenzione proprio perché tiene insieme prudenza e innovazione. In una materia in cui ogni avanzamento reale passa attraverso conferme, verifiche e tempi lunghi, la possibilità di individuare un nesso plausibile tra campo elettrico e aggregazione dell’amiloide apre una direzione di ricerca concreta, da esplorare con ulteriori studi sperimentali e clinici. Ed è spesso da qui, da una spiegazione finalmente più chiara di un fenomeno osservato, che cominciano i progressi più seri.
Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.